Mauro Novelli: La PignattA n░ 57 Introdotto il Biglietto ingresso in agenzia
Scritto da Federico Lippi   
giovedý 03 marzo 2011

Prelevamenti di denaro contante alla cassa?

Le banche introducono il biglietto d’ingresso in agenzia

Di Mauro Novelli 2-3-2011


Alcuni anni fa, scherzando, sostenevo che le banche avrebbero prima o poi imposto il biglietto di ingresso in agenzia.

Ci siamo arrivati.

Per prelevare soldi contanti (i propri soldi) dal proprio conto corrente, molte banche impongono un “pedaggio” che va da uno a tre euro.

Le banche giustificano il pagamento di questo biglietto di “accesso alle casse” con due motivazioni principali: 1) l’alto costo di gestione dei contanti rispetto a quello che dovrebbero affrontare qualora il cliente usasse il Bancomat o altro sistema elettronico per prelevare contanti o effettuare pagamenti, e 2) la necessità di contrastare la criminalità organizzata e l’economia in nero che, per non lasciare traccia, devono obbligatoriamente usare il contante.


 




  1. Costo della gestione dei contanti

Certamente la prima motivazione ha qualche fondamento. Ma la preferenza per l’uso del contante è caratteristica secolare dei correntisti italiani e non tendenza degli ultimi anni. E’ vero però che il differenziale di costi con la moneta elettronica è enorme, e questo spinge le banche a scoraggiare fortemente l’approvvigionamento di contante tramite l’assegno cambiato in cassa.

Abbiamo cercato di approfondire i dati quantitativi del problema. Dalla Relazione del Governatore della Banca d’Italia del maggio 2010, oltre a scoprire che l’uso degli assegni come strumento di pagamento diverso dal contante è inferiore al 10 per cento, rileviamo che bonifici e disposizioni di incasso raggiungono il 90 per cento.

Riportiamo la tabella di Bankitalia. In nota una curiosa informazione: il dato relativo al “peso” dell’uso degli assegni non comprende gli assegni emessi per l’approvvigionamento di contante. Peccato! Era il dato che poteva interessarci maggiormente.


Le banche, quindi, stanno cercando di scoraggiare l’uso del contante (da anni non cambiano più assegni al beneficiario recatosi allo sportello presso cui è radicato il conto per incassare i contanti) e cercano di imporre il passaggio all’uso della moneta elettronica.

Sempre dalla relazione di Bankitalia scopriamo che, nel 2009, i Bancomat attivi erano 36.663.000. Quindi, ciascuna famiglia gestisce in media 1,4 Bancomat.

Alla stessa data, dei 33.643.000 di carte di credito, erano attive meno della metà: 15.165.000.

Alla luce di questi dati, dobbiamo chiederci il perché i cittadini italiani non sono così propensi ad usare, per i pagamenti, gli strumenti elettronici a disposizione.

La risposta è facile: il titolare della carta non è assolutamente tutelato dall’uso illegittimo di Bancomat e carte di credito a seguito di furti, clonazioni, smarrimenti ecc. Non sa se la sua banca è assicurata per proteggerlo e renderlo franco da truffe. In caso di prelievi non imputabili al titolare, costui difficilmente rientrerà in possesso delle somme sottratte illecitamente dal suo conto.

Per questi ed altri motivi, in Italia continuano ad essere privilegiati i pagamenti in contanti.

Ecco l’incidenza dei pagamenti con strumenti diversi dal contante. Nella tabella di Bankitalia non è riportato il dato del Giappone dove l’uso del contante è molto vicino al nostro, nonostante l’immagine di paese avanzato nell’uso della moneta elettronica. Le nostre 66 operazioni annue pro capite (poco più di una a settimana) si confrontano con quelle dei Finlandesi (una pro capite al giorno).

  1. Contrasto a riciclaggio ed economia sommersa.

Non dedichiamo tempo a confutare questa motivazione: davvero si ritiene che la criminalità organizzata si faccia impressionare o sia scoraggiata dal fatto che dotarsi di contanti in cassa sia tassato con 3 euro di gabella?


Questioni aperte.

Come viene trattato contabilmente questo balzello?

Un direttore di agenzia, poco professionalmente, ci ha risposto: “Se si presenta in cassa un assegno da 100 euro, si forniscono 97 euro al titolare del conto.”

La risposta è affrettata e del tutto campata in aria: i 3 euro che non escono dalle casse della banca devono avere un documento giustificativo che possa imputare la somma a Conto Economico. Quindi il titolare del conto dovrà avere 97 euro ed un documento/quietanza di tre euro in grado di “girarlo” in chiaro al conto economico. Si tenga conto che se al correntista nulla viene fornito costui non sarà in grado di giustificare l’ammanco a coloro cui deve rendere contabilmente conto (si pensi all’amministratore di condominio che procede a serrati prelievi di contante dal conto condominiale).

Occorre quindi pretendere la “pezza giustificativa” del pagamento dei tre euro.

Ma i problemi non finiscono qui: se non pago la gabella in contanti ma do indicazione al cassiere di procedere ad un addebito in conto, mi troverò una seconda riga di estratto conto: l’addebito dell’assegno e quello del biglietto di ingresso alla cassa di tre euro, con conseguente addebito di una operazione.

Un disastro.

Ma le “Autorità di controllo” non hanno nulla da eccepire nei riguardi di questa iniziativa creativa delle banche?

Dalla Banca d’Italia, a fine maggio, in occasione della presentazione della Relazione del Governatore, ci aspettiamo almeno i dati relativi al numero di assegni stilati dai correntisti per approvvigionarsi di contante. L’assenza della rilevazione ci farebbe pensar male.

Non credo che si tratti di incombenza impegnativa per la ns. banca centrale, probabilmente fornitrice del prossimo governatore di BCE.