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Come augurio a tutti i cittadini di raggiungere al più presto un rapporto ottimale con il Settore del Credito, mi permetto di citare un intervento del Prof. EINAUDI espresso nel lontano 1930: 

Le Aziende di Credito esistenti in Italia non “paiono né troppe né poche. Sono troppe tutte quelle casse e banche – ora assai diminuite però, come si è visto, da allora -  che sono amministrate da asini, da ingordi, da dilettanti e da gente che vuol fare la banca per amor del prossimo.
Sono poche in confronto delle alcune altre migliaia di Banche che potrebbero utilmente lavorare in centri rurali, i quali ora ne sono sprovvisti, in altri centri, dove esistono solo filiali di grossi istituti affaccendate a pompar denari da rovesciare al centro e nelle stesse grandi città, dove gli istituti esistenti non abbiano saputo rispondere alle esigenze di ceti sociali pur bisognosi dell’aiuto della Banca”.

(EINAUDI, 1930)
Riportato nel Rapporto della
Commissione Economic

In questo secolo ci stiamo impattando contro le conseguenze proprio di questa fattispecie, ormai giunta al massimo della macroscopicità, fenomeno che nel 1930 sembrava cominciare a scomparire.

Federico Lippi

Marcello Foa:Un titolo pubblico legato all’oro per le infrastrutture PDF Stampa E-mail
Scritto da Federico Lippi   
domenica 14 novembre 2010
L’idea è semplice. Ma davvero geniale. Se applicata permetterebbe ai Paesi europei di disporre di diverse centinaia di miliardi di euro senza nuove inopportune incursioni nelle tasche dei cittadini.
Porta la firma di uno degli economisti italiani più saggi e stimati, il preside della Facoltà di scienze politiche della Cattolica, Alberto Quadrio Curzio, che l’ha illustrata in pubblico giovedì, durante un convegno organizzato a Como dallo Studio Legale Associato Vestuti Ceruti Cairoli.


Quadrio Curzio propone la creazione di un Fondo di euro-sviluppo che emetta titoli di debito pubblico, i quali, però, avrebbero una particolarità. Anzi, due. La prima: si tratterebbe di un’emissione europea e non nazionale. La seconda: tale titolo verrebbe vincolato all’oro, che oggi giace inutilizzato nei forzieri delle nostre Banche centrali. In che modo? Non certo vendendolo, ma usandolo come collaterale patrimoniale.
E qui il discorso diventa molto interessante. Il debito così garantito permetterebbe di emettere obbligazioni decennali a tassi inferiori di Eurolandia, in quanto ipersicuro. Ai singoli Paesi spetterebbe l’onere di pagare gli interessi, bassissimi, senza appesantire il debito pubblico. Oggi l’oro ha toccato la quotazione astronomica di 1.341 dollari l’oncia, pari a 965 euro. La riserva aurea dei Paesi dell’eurosistema risulta essere di 355 milioni once. Basta una semplice moltiplicazione per giungere a un totale di oltre 342 miliardi di dollari.
Si tratta di una cifra considerevole, che verrebbe ottenuta quasi a costo zero, perlomeno fino al rimborso del prestito. Ma per fare che? Quadrio Curzio ha le idee molto chiare. Il «tesoro» europeo non verrebbe usato per alimentare la spesa pubblica, né per tappare buchi di bilancio, ma per potenziare le infrastrutture e i programmi di Ricerca e di Sviluppo; dunque fornendo a Eurolandia le risorse che oggi la maggior parte dei governi non sa più reperire e che in futuro potrebbero diminuire ulteriormente.
Sul nostro capo pende, infatti, il nuovo Patto di stablitià, caldeggiato dalla Germania e dall’Unione europea, che imporrebbe ai Paesi caratterizzati da un rapporto debito/Pil superiore al 60% di ridurre l’eccesso del proprio debito di almeno un ventesimo all’anno se vorranno evitare di incorrere nelle sanzioni di Bruxelles.
Dunque l’Italia dovrebbe tagliare otto punti in tre anni, pari a oltre 130 miliardi di euro ovvero manovre da 45 miliardi all’anno. Contrariamente alla maggior parte degli economisti, Quadrio Curzio lo ritiene un salasso insostenibile, che rischia di soffocare l’attuale flebile ripresa economica. Una voce fuori dal coro, quanto mai benvenuta. È la stessa voce che propone una soluzione semplice a un problema finanziariamente complesso. Con l’oro come collaterale, per modernizzare la nostra economia. Perché l’Italia non se ne fa portavoce in Europa?

 Marcello Foa per Il Giornale

 

Ultimo aggiornamento ( domenica 14 novembre 2010 )
 
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