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SENATO: INTERVENTO DEL
SENATORE ELIO LANNUTTI IN MERITO A DISPOSIZIONI URGENTI A SALVAGUARDIA DEL
POTERE DI ACQUISTO
LANNUTTI (IdV). Domando di parlare per
dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, basta scorrere i titoli dei giornali e
leggere le prime pagine per rendersi conto di una situazione economica molto
grave, molto pesante soprattutto per le famiglie, che soffrono. Il titolo di
questo provvedimento che ci accingiamo oggi a votare, «Disposizioni urgenti per
salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie», è più che un inganno. Mi
appresto a spiegare perché, cercando di utilizzare i 10 minuti a disposizione
nel miglior modo possibile.
I continui salassi, i rincari e ritocchini in tutti i settori, dai servizi
bancari alle assicurazioni, a luce, gas, benzina - lo ripeto - hanno messo in
ginocchio milioni di famiglie, che dal 1º gennaio 2002 non riescono più a far
quadrare i loro magri bilanci e devono indebitarsi per sopravvivere.
Certo,
questo indebitamento è un fenomeno che viene da lontano, dal 2002. Secondo
Bankitalia i debiti finanziari delle famiglie, pari a 493 miliardi di euro,
continuano ad aumentare, con un incremento dell'11 per cento rispetto all'anno
prima. Le passività delle famiglie, secondo il bollettino n. 33 di Bankitalia
(l'ultimo del giugno 2008) sono pari a 643,885 miliardi di euro; erano 595,174
soltanto 12 mesi fa, con un incremento di 48,7 miliardi.
In un solo anno il rapporto tra debito e reddito disponibile, pari al 48 per
cento, è aumentato di tre punti e mentre il reddito delle famiglie, con un
capofamiglia lavoratore dipendente, è rimasto sostanzialmente stabile dal 2000
al 2006, quello delle famiglie dei lavoratori autonomi è cresciuto del 13,1 per
cento. A giugno il tasso di inflazione ufficiale è salito al 3,8 per cento, un
livello che non veniva raggiunto da 12 anni, mentre l'inflazione reale, pur
misurata blandamente dall'ISTAT su un paniere ristretto di beni e servizi, è
superiore al 6,1 per cento.
Milioni di lavoratori e pensionati a reddito non
elevato hanno subìto una decurtazione nel potere di acquisto, con il pretesto
dell'euro: un vero e proprio raddoppio di prezzi, secondo il teorema 1.000 lire=un
euro ed un salasso di 137 miliardi di euro a vantaggio di coloro che hanno
avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe.
Sappiamo che a far registrare gli incrementi più rilevanti è il settore
energetico, sul quale grava una speculazione senza precedenti da parte delle
grandi banche di affari, decise a portare il prezzo del barile a 200-250
dollari per rientrare dall'allegra emissione delle montagne di carta straccia
denominata «derivati» pari a 700.000 miliardi di dollari contro un PIL di 45.000
miliardi. Da noi, per il 2008, ci sono rincari di elettricità e gas che possono
ammontare a 734 euro per costi diretti e a 546 per costi indiretti.
Un'altra voce che pesa notevolmente all'interno del paniere è quella degli
aumenti delle spese del settore alimentare, calcolate ad oggi per 533 euro
annui, sui quali incombe analoga speculazione dei professionisti dei futures
che vogliono affamare le popolazioni, non solo quelle dei Paesi emergenti, per
ricavare ingenti profitti ed indebolire la sovranità degli Stati e,
parafrasando Adam Smith, la ricchezza delle nazioni.
L'Italia, poi, è il Paese di Bengodi per alcune imprese che operano al riparo
della concorrenza. Mi riferisco alle assicurazioni e alle banche.
In questo
settore gli utili lordi nel 2002 ammontavano a 15,917 miliardi di euro, mentre
le imposte dirette a 6 miliardi. Nel 2006, l'ultimo dato utile, gli utili sono
raddoppiati: 30,489 miliardi con una crescita positiva del 91,55 per cento,
mentre le imposte dirette sono passate a 7,762 miliardi di euro, registrando un
incremento del 28,89 per cento.
Se osserviamo altri scenari, nonostante le autorità monetarie (specie quelle
italiane) abbiano messo la testa sotto la sabbia negando fino a qualche giorno
fa la gravità della crisi, le banche centrali hanno immesso liquidità sui
mercati per 3.700 miliardi di dollari, ottenendo l'effetto contrario di far
bruciare sui mercati analogo controvalore.
Fanny Mae e Freddy Mac non sono nomi
di fumetti, ma di due agenzie statali americane esposte in mutui per 5.000
miliardi di dollari, cartolarizzati come i subprime e immessi nei circuiti
finanziari globalizzati, che dovranno essere nazionalizzate se si vogliono
salvare come Northern Rock.
Per la prima volta in Europa ed in America si parla di stagflazione, quella
miscela micidiale, che gli economisti hanno coniato negli anni Settanta dopo il
primo shock petrolifero del 1974, che sta ad indicare la contemporanea presenza
di un'attività produttiva che non cresce (stagnazione) ed un persistente
aumento dei prezzi (inflazione).
Fino ad allora la coesistenza di questi due
fenomeni era difficilmente spiegabile per quegli economisti che ritenevano la
crescita dei prezzi una forma di male necessario per sostenere lo sviluppo
dell'economia. I periodi di stagnazione delle attività economiche erano,
infatti, tradizionalmente caratterizzati dalla caduta dei prezzi (deflazione),
per il calo della domanda rispetto all'offerta. In seguito il fenomeno
dell'inflazione è diventato sempre più indipendente dal ciclo economico, data
la rilevanza assunta dai mercati oligopolistici dell'energia e delle materie
prime insieme ai settori dei servizi operanti in un regime protetto e al riparo
della concorrenza, specie in Italia, dove quei labili strumenti di deterrenza
per far funzionare i mercati, come era lo strumento della class action, sono
stati rimandati dal Governo alle calende greche dietro pressante richiesta,
accolta e prontamente esaudita, proveniente dai cartelli bancari e
assicurativi, confindustriali e di Bankitalia.
Rispetto a questo scenario andiamo ad emanare un provvedimento fondato su
alcuni pilastri. L'abolizione dell'ICI è sicuramente condivisibile, ma dove
siamo andati a togliere le risorse? Dal terremoto - come ha ricordato il
senatore Astore - dal Sud, dalla Calabria e dalla Sicilia - come hanno
ricordato altri senatori che mi hanno preceduto - dalla tratta Avezzano-Roma,
sulla quale per percorrere 100 chilometri si impiegano due ore e mezzo.
Allora, sull'abolizione dell'ICI siamo d'accordo; però, le coperture non ci
sono, come ha dimostrato ieri lo stesso ordine del giorno della Commissione che
ha messo in mora il Governo. Manca un miliardo di euro. Su questo ci
aspettavamo davvero maggior coraggio. Abbiamo visto che tra il dire e il fare
c'è di mezzo il mare. Mi aspettavo maggior coraggio rispetto all'abrogazione
della commissione massimo scoperto, un pizzo pagato dalle imprese e dai
consumatori che grava sui costi del credito con una percentuale media del 4,37
per cento su base annua, che si aggiunge al costo del credito e neanche rientra
nei tassi antisoglia della legge n. 108 del 1996. Un pizzo già dichiarato
illegittimo dalla Cassazione, ma come diceva Don Abbondio - e mi rivolgo alcuni
colleghi - uno il coraggio se non ce l'ha non se lo può dare.
Concludo motivando le ragioni per le quali voteremo contro questo
provvedimento. Perché rispetto a questa situazione allarmante del caro-vita si
fa uscire un coniglio dal cappello, quello dei mutui: 3.200.000 famiglie
indebitate a tasso variabile, andando però a regalare vantaggi alle banche e
non certo ai consumatori. Noi sconsigliamo quest'ultimi, a meno che non abbiano
l'acqua alla gola, di aderire a questa convenzione.
Mi dispiace rilevare, signor Presidente, che il titolo «salvaguardia del potere
di acquisto» è uno slogan vuoto, che non incide sul tenore di vita di milioni
di lavoratori e pensionati che, pur avendo avuto lo sgravio dell'ICI,
attendevano altri interventi.
Quindi, non condividiamo il provvedimento, pur
apprezzando alcuni sforzi del ministro Tremonti di far pagare quei settori che
hanno operato al riparo dalla concorrenza e che rispondono con aumenti di costi
e commissioni, prendendo alla lettera gli inviti del governatore Draghi ad
addossare sulla clientela gli oneri della Robin Tax, come la Unicredit, che ha
aumentato dal 1° luglio 2008 alcune spese: da 0 a 16 euro quelle fisse
trimestrali di liquidazione; da 0
a 2,40 quelle di produzione ed invio per ogni estratto
conto scalare e da 5 a
25 euro le commissioni di facilitazione in assenza di fondi. Non possiamo,
quindi, votare a favore di un provvedimento ingannevole. Un provvedimento che
con una mano promette di far pagare banche e petrolieri, con l'altra, mediante
la convenzione sui mutui, che pure abbiamo cercato di far migliorare, continua
a regalare alle banche vantaggi ingiustificati dei quali non si avvertiva il
bisogno. (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Galperti).
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